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USCIRE DALLA PAURA: I Confini


Odio dover dire o fare qualcosa che potrebbe fare arrabbiare qualcuno, o farmi escludere e disapprovare. Per me è sempre un rischio. Alla fine ho accettato che questo è semplicemente ciò che sono ... o meglio ciò che è il mio bambino emozionale. Io odio non piacere alla gente, è una cosa che mi sconvolge.  Al solo pensiero di rendere qualcuno infelice mi sembra che il mondo crolli e mi sento terribilmente in colpa. Ma ho visto che mi sento anche peggio se non affermo i miei bisogni e i miei sentimenti e scendo a compromessi. Inoltre, quando sono chiaro e diretto, le cose vanno sempre a finire bene. Uscire da una vita di compromessi è un passo importante. Mi sono accorto di come, nel passato, i miei compromessi fossero automatici e inconsci. Il mio potere ha ricevuto nutrimento dall'imparare a porre confini e a riconoscere i miei bisogni.

Questa è un elenco di possibili situazioni d’invasione, ci siamo trovati in queste situazioni, subendo o facendo subire piccole o grandi violenze?

1.     Sentirsi dire cosa si dovrebbe fare , pensare o sentire.
2.     Qualcuno non mantiene una promessa, arriva in ritardo, non fa ciò che dovrebbe fare.
3.     Non essere riconosciuti nei propri sentimenti. Ad esempio, "Non c'è bisogno di avere certe emozioni", "Perché hai paura, non c’è niente di cui avere paura".
4.     Essere stuzzicati o presi in giro (questo, a meno che non ci sia amore e fiducia tra due persone, è solitamente una forma di violenza).
5.     Essere trattati  come bambini , con condiscendenza o con aria di superiorità.
6.     Essere ignorati, inascoltati o esclusi (nessuno è obbligato a darci attenzione a meno che non voglia, ma se lo fa, allora è naturale aspettarsi che sia presente).
7.     Il proprio spazio fisico non è rispettato. Ad esempio, qualcuno prende qualcosa senza chiederlo o prende in prestito senza restituirlo.
8.     Qualcuno pretende di avere ragione o vuole avere l'ultima  parola.
9.     Il proprio "no" non è rispettato.
10.    Subire violenze o minacce (di essere lasciati o puniti, o che venga fatto del male). Questa violenza può manifestarsi in qualsiasi forma: verbale, energetica o fisica.
11.    Essere subissati di pretese.
12.    Essere manipolati attraverso la rabbia, il senso di colpa, le aspettative, il malumore, la debolezza, la malattia o il sesso.
13.    Sessualità inappropriata (di un adulto verso un bambino) o con mancanza di sensibilità.
14.    Essere  pressati, criticati, giudicati o sminuiti.
15.    Essere consigliati in modo incurante.


 Ad esempio, mio padre era convinto che fosse parte dei doveri di un genitore incoraggiare i figli a imparare a suonare uno strumento musicale. La sua intenzione di trasmettere ai figli la sua passione per la musica classica era  lodevole, ma il modo in cui la mise in pratica  fu di impormi lo studio dello strumento scelto da lui: il violoncello, uno  strumento che io detestavo, preferendo invece la chitarra. Mio padre pensava che la chitarra non avesse una tradizione classica abbastanza grande e che, in ogni caso, non erano decisioni  che io potevo  prendere, perché lasciato a me stesso avrei speso il mio tempo ad ascoltare i Beatles, dimenticando Bach e Mozart. Ho spesso scherzato sul modo terribile in cui suonavo il violoncello, ma non mi rendevo conto  che si trattava di un’invasione, né riuscivo a capire come mai ero in tale stato di shock in presenza del mio insegnante.
Per  lo più abbiamo tutti difficoltà con coloro che hanno un potere su di noi o che guardiamo con ammirazione e ci è difficile divenire consapevoli dei nostri confini e affermarli. I casi più evidenti sono quelli rispetto ai genitori, a un datore di lavoro o a un  insegnante, ma sono molto forti anche le situazioni con gli amici.
Ho visto che tentare semplicemente di essere se stesso non ha mai cambiato nulla. Nel mondo del mio bambino emozionale, come metto nelle mani di qualcuno il potere di approvarmi mi ritrovo immediatamente in uno stato di impotenza. Il panico provato dal mio bambino è così grande che tutto quello che posso fare è osservarlo e dargli il mio amore, perché il tentativo di essere diverso produce solo stress, inautenticità e chiusura.
Riuscire a porre dei confini  è una lezione così importante da imparare che continuiamo di fatto a creare eventi che la provochino: siamo spinti a ripetere certe situazioni finché non ci corriamo finalmente il rischio di affermare noi stessi.

Una mia amica sta con un uomo che spesso la aggredisce biasimandola. Il suo modello, quando questo succede, è sempre stato di sentirsi colpa e di scusarsi, nonché di sublimare questa reazione sostenendo, che sono momenti che la aiutano a comprendere di più se stessa e a diventare meno reattiva. Ma il senso di colpa e le giustificazioni rituali la tengono solo legata alla sua identità di vittima. Per lei la sfida è trovare il coraggio di porre dei limiti quando qualcuno, sia il suo ragazzo che chiunque altro, grida contro di lei, spezzando l'identificazione con quella bambina emozionale che si vive come vittima e che è stata con lei fin dall'infanzia.
Dobbiamo imparare a scegliere la dignità al posto delle briciole di amore, anche se questo può significare essere soli.

In passato, il tempo necessario per accorgermi di un'invasione era molto lungo. Mi accorgevo che con una certa persona c’era qualcosa che non andava, o che cominciavo ad avere dei giudizi, o addirittura a parlarne male con altri. Questo per me era un segno che stavo facendo un compromesso, che non stavo dicendo qualcosa e che covavo del risentimento. Ma via via il tempo necessario per accorgermi di cosa stava accadendo si accorciò. La mia accresciuta consapevolezza del fatto che stavo perdendo la mia integrità, così come avevo fatto altre volte in passato, sembrava  accendere la fiamma di una rabbia a lungo repressa. Questa fu una  fase importante, ma alla fine realizzai che in nessun modo il semplice accorgersi dell'invasione e reagire poteva esaurire l'intero processo . Anche quella rabbia veniva dal bambino emozionale, carico di una vita di risentimenti. Reagire infuriandosi non è porre dei confini, perché nella reazione non c'è vero potere ma solo il passaggio del bambino emozionale dal collasso all'esplosione


 Ho cominciato a chiedermi cosa mi facesse arrabbiare e quale fosse lo scopo della rabbia. Da una parte c'era la convinzione che se non avessi reagito immediatamente sarei stato in pericolo, che se non avessi risposto lottando, gli altri se ne sarebbero approfittati.  Dall'altra c'era l'aspettativa che gli altri o la situazione fossero differenti. Il bambino emozionale non abbandonerà mai la speranza che il mondo (in particolare le persone che fanno parte del suo mondo)  sarà sempre amorevole e pieno di attenzioni.  Quando mi sentivo invaso da qualcuno minimizzavo, negavo o ignoravo la cosa, oppure mi sentivo in diritto di indignarmi.
Nel primo caso dicevo a me stesso:
"Stava pensando ad altro",
"Non importa, non è poi così grave",
''Fa sempre così",
"Dovrei imparare ad essere più tollerante",
"Non c'è bisogno di essere così rigidi".
In realtà, questi atteggiamenti invitavano gli altri ad invadermi, poiché mandavo all'esterno una vibrazione che diceva·
"Con me puoi fare quello che vuoi, non mi importa".
 Ma, a un certo punto, andavo  all'altro estremo, quello collerico che diceva:
"Come hai potuto farmi questo? ",
"Come puoi essere così insensibile e egoista?",
"Io non mi comporto così con te!",
non  volendo più avere niente a che fare con quella persona o vendicandomi in ogni modo possibile.
Il bambino emozionale si aggrappa alla speranza che gli altri siano come lui vuole che siano, per cui oscilla tra collasso e esplosione. È importante riconoscere che sarà sempre  in questa dualità, mentre la capacità di porre dei confini può venire solo dal vedere gli altri e le situazioni così come sono e rispondendo in modo appropriato.
Stando alla mia esperienza riguardo al porre limiti, è possibile liberarsi gradualmente dal bisogno di far pesare la nostra reazione sull'altro, è possibile sentire e lasciare che le emozioni siano , presenti, dando tempo alla lucidità di emergere e rispondendo in modo appropriato.
Soprattutto mi accorgo che imparare a porre dei confini non ha veramente niente a che fare con l'altro . È qualcosa che viene dalla chiarezza, dalla lucidità per cui so di cosa io ho bisogno e vedo gli altri così come sono e non come vorrei che fossero. Comincio a comprendere che tutti hanno dell' inconsapevolezza e che questo  porta all'insensibilità, all'invasione, alla mancanza di rispetto.  Con l 'approfondirsi di questa comprensione divento meno incline a !asciarmi ferire. Inoltre, se non dipendo dal ricevere poche briciole di attenzione e di approvazione, sono più capace di dire no a ciò che dentro di me sento come sbagliato, sviluppando una percezione interiore di ciò che voglio e di ciò che non voglio.

Ma questo mio cambiamento comporta che io guardi in faccia, costantemente la mia paura dell’abbandono, del rifiuto, della punizione o della disapprovazione.

 Se penso che ci sia qualcuno che continuamente mi fa del male significa che non lo vedo così com'è. Tenerlo sul piedistallo dei miei ideali e delle mie aspettative mi impedisce di sentire la spaventosa solitudine in cui mi troverei se mi svegliassi dal mio sogno. Oppure temo che se dico di no penserà che sono egoista, o peggio ancora potrebbe vendicarsi, per cui mi sento più sicuro imboccando la via del compromesso. Ma la consapevolezza può aprire una possibilità di scelta, possiamo riconoscere l'invasione, sentire la paura e porre in ogni caso dei confini, possiamo non reagire e rispondere invece con chiarezza. Questo non è però un passaggio lineare, perché mentre con certe persone e in certe situazioni riusciamo ad essere lucidi, con altre lo shock e la collera vengono facilmente provocati.
Liberamente tratto da Krishnananda "Uscire dalla paura"
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